A Sharpeville
In giro per Sharpeville, c’è una folla da metropoli. Tanti giovani, quasi nessun anziano. Tutti hanno un cappello in testa. Nessun bianco in circolazione, a parte noi. Con lo sguardo cerco qualcuno con il mio stesso colore pallidino. Ma non trovo nessuno, a parte un nero albino con un enorme cappello a falde per proteggersi
dal sole. Però lui non conta. Sharpeville è un micromondo con macroregole che si espandono fino alle altre township limitrofe, tutte le Evaton, Boipatong, Bophelong che le assomigliano, ma non sono la stessa cosa. A Sharpeville la memoria si nasconde sotto i letti e dietro ai denti come una vecchia gomma da masticare indurita. Era il 21 marzo 1960, cielo carico di nuvole. Dopo gli spari della polizia sulla folla, iniziò a piovere come se fosse la fine del mondo. Quel 21 marzo è la giornata mondiale contro il razzismo. Ma a Sharpeville è rimasta una piazza vuota dove non cresce nulla. Atti ferma la macchina davanti alla stazione di polizia. Davanti c’è uno spiazzo, che si apre ad anfiteatro davanti ad un muro con un disegno. Mentre attraversiamo l'area a grandi passi, la gente fa una cosa strana. Smette di parlare. Sembra quasi che trattenga il respiro, mentre il luogo del massacro di Sharpeville pulsa come un ricordo sotterraneo, un’enorme calamita
che fagocita respiri parole e pensieri. Nel murales sul muro in fondo è disegnata una folla che corre a tutta velocità. Hanno tutti occhi grandi e sproporzionati rispetto alle dimensioni del viso, come se anche in bulbi oculari cercassero di scappare terrorizzati. I poliziotti sono disegnati in piedi sopra a due carri armati e sembrano dei Rambo. Le traiettorie dei proiettili sono evidenziate con strisce gialle e rosse. Per terra i corpi delle persone si fondono con il terreno che è rosso come
nella realtà.